Nuovi limiti di sicurezza per le radiazioni di cellulari e 5G

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Intervista al Prof. Livio Giuliani, portavoce della Commissione Internazionale per la Sicurezza Elettromagnetica (ICEMS) a cura di Francesca Romana Orlando del 10 maggio 2020.

Prof. Livio Giuliani da anni lei sostiene che gli standard di sicurezza per le esposizioni elettromagnetiche proposti dall’OMS non siano adeguati. Perché?

L’OMS basa i suoi limiti di sicurezza per i campi elettromagnetici sulle linee guida ICNIRP del 1998, recentemente riviste senza sostanziali modificazioni. Queste utilizzano un fattore di protezione di 50, ovvero si divide per 50 il valore della soglia termica (la soglia termica è il quel valore di esposizione per il quale furono osservati effetti termici dei campi elettromagnetici sulla materia vivente e riportati come rationale dello standard USA ACGIH del 1953).

La scelta del fattore di protezione di 50 deriva a sua volta dallo standard IEEE C95-1 del 1992, che hanno portato alla normativa della European Commission of Electrotechnical Standardization CENELEC 60166.2 (1994), e poi alle Linee Guida dell’ICNIRP (1998) ma rappresenta un’anomalia, perché per il rischio elettromagnetico era sempre stato adottato il fattore di protezione di 100.

Questo fattore è proposto dalle Linee Guida dell’International Radiation Protection (IRPA, http://www.irpa.net) pubblicate su Health Physics nel 1989, recanti il limite di esposizione per le frequenze da 30 a 300 MHz, nella banda dove avviene l’accoppiamento d’antenna con il corpo umano (~90 MHz), di 1 W/mq (20 V/m), invece che di 2 W/mq (27,5 V/m). A mio avviso bisogna, quindi, applicare il fattore di protezione 100 almeno per tutelare la salute pubblica dagli effetti termici dei campi elettromagnetici. Poi bisogna tenere conto di tutti quegli effetti, definiti “non termici”, che avvengono per esposizioni a densità di potenza molto basse come alterazione del campo elettromagnetico della biologia della materia vivente.

In che modo si può applicare il principio di precauzione ai campi elettromagnetici?

L’Unione Europea definisce il principio di precauzione nella Comunicazione (COM(2000) 1 final) del 2 febbraio 2000 per garantire un alto livello di protezione dell’ambiente o della salute quando le conoscenze scientifiche non siano conclusive rispetto ad un rischio. In particolare stabilisce che si può pretendere che sia il produttore, il fabbricante o l’importatore a dimostrare l’assenza di pericolo, ma questo principio è largamente inapplicato.

A mio avviso, inoltre, bisogna tenere conto anche della raccomandazione ALARA (as low as reasonably achievable), ovvero del livello di rischio più basso raggiungibile. Il principio di precauzione appare più debole del raccomandazione ALARA ma non è esattamente così. Si dovrebbe applicare il principio di precauzione per alcune situazioni e il principio ALARA per altre.

La raccomandazione ALARA riguarda l’emissione del singolo impianto al fine di ottenere i livelli di emissione più basse possibili, mentre il principio di precauzione riguarda l’ambiente nel suo insieme ovvero gli effetti di un inquinante nell’ambiente sull’individuo, che determinano il livello di immissione dell’inquinante percepito dall’individuo .

Può fare un esempio pratico di questi due livelli?

Il caso della Svizzera in merito al 5G è emblematico. Lì il limite massimo di esposizione è di 5 o 6 V/m per ogni installazione(rispettivamente multifrequenza o con sole frequenze superiori a 2GHz), ma il 5G funziona con il cosiddetto beam forming, ovvero ci sono fasci di emissione del segnale che sono direzionati verso l’utente del dispositivo mobile.

L’esposizione finale sull’utente, quindi, con il beam forming può superare molto i 6 V/m, anche quando le emissioni di ogni singolo impianto restano al di sotto dei limiti di legge perché il singolo soggetto può essere investito da più fasci derivanti da più antenne. La trasmissione 5G può risultare dalla formazione di 64 distinti raggi provenienti da 64 antenne. Nel caso meno favorevole in cui tutte le antenne emettano un raggio che investe l’utente telefonico con la intensità di 6 V/m, si avrebbe che l’utente risulterebbe esposto a 48 V/m! Ed il limite di 6 V/m sarebbe rispettato da ciascuna antenna, perciò l’Ordinanza Federale risulterebbe rispettata. E non si avrebbe ancora il calore di immissione. Perché lo stesso soggetto potrebbe essere esposto al beam forming anche di altri utenti a lui prossimi o posti sulla traiettoria di un antenna passante per la sua posizione. In tal caso si potrebbe determinare anche il superamento del livello di 61 V/m che in Svizzera è il tetto per esposizioni cumulate: basterebbero altre 40 antenne emittenti a 6 V/m per causare anche il superamento dei 61 V/m che in Svizzera sono il limite di immissione, mutuato dall’ICNIRP. Si osservi che 40 beams possono costituire il beam forming di un solo altro utente prossimo all’utente considerato.

Come dovrebbero essere impostati dei limiti di legge per tutelare la salute pubblica?

A mio avviso servono tre livelli di protezione:
• il primo per esposizioni brevi ovvero per tutelare la salute dagli effetti acuti della radiazione;
• il secondo limite per esposizioni a lungo termine deve essere basato sul principio di precauzione;
• il terzo limite deve riguardare ciascun impianto e per questo andrebbe applicata la raccomandazione ALARA ovvero le emissioni dovrebbero essere più basse possibili.

Bisogna considerare, inoltre, che attualmente le radiofrequenze sono state classificate nel 2001 dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro come un “possibile cancerogeno per l’Uomo” in classe 2B, ma uno studio successivo dell’epidemiologo svedese Lennart Hardell ha concluso nel 2015 che la radiofrequenza debba essere inserita nella Classe 1 ovvero come “cancerogeno certo per l’Uomo”. Le evidenze sul rischio cancerogeno negli animali trovate dallo studio del National Toxicology Programme e dall’Istituto Ramazzini fanno propendere ulteriormente per una classificazione in tal senso.

Bisogna prendere atto del fatto che per gli agenti cancerogeni non esiste una soglia al di sotto della quale si può asserire la innocuità dell’inquinante; perciò non è possibile stabilire un limite di esposizione che garantisca l’innocuità della esposizione ed è indispensabile ricorrere a normative volte a minimizzare quanto più possibile l’esposizione agli inquinanti elettromagnetici.

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

 

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