Sindrome da Stanchezza Cronica: l’esposizione ai campi elettromagnetici delle linee elettriche è un cofattore da considerare nel trattamento?

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D. Maisch, B. Rapley, R.E. Rowland, J. Podd
http://www.emfacts.com/papers/cfs.htm
agosto 1999

Abstract

Questo articolo fa una breve descrizione della patologia comunemente nota come Sindrome da Stanchezza Cronica che è sempre più diffusa nei Paesi moderni occidentalizzati. Anche se la Sindrome da Stanchezza Cronica è divenuta in un certo senso un “ricettacolo” di vari sintomi, è ad oggi diagnosticata normalmente per esclusione di altre patologie piuttosto che per una sintomatologia unica e specifica. Una caratteristica dei disturbi definiti come Sindrome da Stanchezza Cronica è la depressione del sistema immunitario. Questo articolo prova a mettere in correlazione la funzione immunitaria danneggiata nella CFS con la possibile esposizione cronica a bassi livelli di campi elettromagnetici di frequenze estremamente basse. Le prove comprendono studi in vivo e in vitro, sia sugli umani che sugli animali. E’ sottolineato, in particolare, il recente rapporto scoperto tra questi campi, la melatonina e il sistema immunitario.

Gli autori concludono che, sebbene la correlazione tra questi campi e la disfunzione cellulare non sia ancora provata, esistono prove sufficienti a suggerire un nesso causale. La mancanza di una piena certezza scientifica non dovrebbe essere usata come motivo per ritardare un evitamento precauzionale di tali campi elettromagnetici, soprattutto nei casi di persone che già hanno una diagnosi di CFS.

Parole chiave

Sindrome da Stanchezza Cronica; CFS; campi elettromagnetici; 50-60 Hz; melatonina; evitamento precauzionale.

Introduzione

Qualsiasi patologia caratterizzata da stanchezza cronica, come la CFS, la Sindrome della Disfunzione Immunitaria e della Stanchezza Cronica (CFIDS), l’Infezione Cronica da Virus Epstein-bar, l’Encefalite Mialgia e la Sensibilità Chimica Multipla (MCS), l’effetto è una grave disfunzione del sistema immunitario.

Le prove che tali condizioni comprendono un disturbo immunologico si stanno accumulando rapidamente. Negli ultimi anni sono state scoperte varie anomalie del sistema immunitario nei pazienti affetti da CFS, per esempio. Queste comprendono alterazioni nell’attività e nella struttura della superficie cellulare di due importanti tipi di globuli bianchi: le cellule killer e i linfociti T. In alcuni pazienti sono stati trovati lievi cambiamenti nei livelli degli ormoni neuroendocrini nel cervello. Le prove indicano che la CFS è associata a, se non addirittura causata da, un lieve deficit persistente del sistema immunitario.

Indipendentemente dal fattore scatenante tale condizione – sia esso virale, ambientale, una predisposizione genetica, lo stress o una combinazione di questi fattori – qualsiasi fattore aggiuntivo che possa danneggiare il sistema immunitario dovrebbe essere ricercato, identificato ed eliminato (o ridotto) come parte del trattamento.

A tale riguardo si potrebbe considerare come cofattore qualsiasi elemento che possa causare una disfunzione ormonale e dei cambiamenti biologici a livello cellulare in grado di interferire con la funzione immunitaria. Tale cofattore potrebbe non essere la causa iniziale della patologia, ma l’esposizione ad esso potrebbe stressare un sistema immunitario già malato. Fino a quando persiste tale situazione, è difficile che qualsiasi trattamento possa avere un effetto duraturo.

Le prove esistenti indicano che l’esposizione a campi elettromagnetici ambientali di 50-60 Hz possano essere un fattore stressante per il sistema immunitario, potenzialmente in grado di causare danni ormonali e cambiamenti ad un certo livello cellulare. Perciò, bisognerebbe valutare l’esposizione a tali campi come potenziale fattore di rischio per le persone affette da disturbi caratterizzati da una stanchezza cronica non spiegata.

Sindrome da Stanchezza Cronica (CFS)

La CFS è una definizione usata per descrivere una patologia invalidante di causa ancora ignota. Talvolta viene definita anche come CFIDS, Infezione Cronica da Virus Epstein-bar, Encerfalomielite Mialgiaca, così come con altre definizioni. Si tratta di una patologia complessa che è stata studiata molto negli ultimi 40 anni senza arrivare a conclusioni precise riguardo la sua causa. La diagnosi viene effettuata prevalentemente attraverso l’esclusione di altre possibili patologie.

La CFS è caratterizzata da una stanchezza invalidante (sentita come esaurimento e resistenza estremamente bassa) per la durata di almeno sei mesi, problemi neurologici e un insieme di sintomi che possono assomigliare ad altri disturbi tra cui: mononucleosi, sclerosi multipla, fibromialgia, complesso correlato all’AIDS, Sindrome di Lyme, Sindrome post polio e disturbi autoimmunitari come il lupus. Questi sintomi tendono ad andare e venire ma spesso sono molto invalidanti e possono durare per molti mesi o anni. Sono a rischio tutte le fasce della popolazione, compresi i bambini, ma sembrano più suscettibili le donne sotto i 45 anni. Come la maggior parte delle malattie, colpisce le persone in modo differente; non tutti raggiungono lo stadio più grave (1). C’è una differenza fra CF e CFS. La CF è un sintomo abbastanza diffuso nella popolazione, mentre la CFS è una stanchezza invalidante non spiegata della durata di almeno sei mesi che riduce drasticamente il livello di attività ed è considerevolmente meno diffusa.

Oltre alla stanchezza persistente ed estrema, generalmente con inizio improvviso accompagnato da un malessere simile ad un’infezione, gli altri sintomi della CFS comprendono: riduzione sostanziale della memoria a breve termine e della concentrazione, depressione, mal di gola, ingrossamento dei linfonodi, dolore muscolare, dolore alle giunture senza arrossamenti o sudorazione, mal di testa inusuali, sonno non riposante, problemi cognitivi (come disorientamento spaziale e difficoltà della parola e/o del pensiero), disturbi visivi (offuscamento, sensibilità alla luce, dolore agli occhi), freddo ed eccessiva sudorazione notturna, confusione e problemi dell’equilibrio, sensibilità al caldo e al freddo, battito cardiaco irregolare, dolore addominale, diarrea, intestino irritabile, bassa temperatura, sensazione di bruciore o di dolore sul volto o sulle estremità, secchezza della bocca e degli occhi, disturbi uditivi, problemi mestruali tra cui sindrome premestruale ed endometriosi, ipersensibilità della pelle, dolori al petto, rash, allergie e sensibilità agli odori (tra cui farmaci e sostanze chimiche), cambiamenti di peso senza cambiamenti nell’alimentazione, perdita dei capelli, capogiri, svenimenti, tremori muscolari e convulsioni (2).

La ricerca suggerisce che la CFS sia l’effetto di una disfunzione del sistema immunitario che coinvolge un danno ai meccanismi fondamentali del sistema nervoso centrale come il ciclo di sonno-veglia e l’asse ipotalamico-pituitario, adrenalinico (3). Uno studio ha scoperto che più di un quarto di pazienti con CFS avevano scansioni del cervello anormali e sono stati trovati lievi cambiamenti nei livelli degli ormoni neuroendocrini (4). Un’altra ricerca ha scoperto disturbi degli elettroliti che talvolta comprendevano cambiamenti permanenti nella capacità delle membrane cellulari di far passare gli elettroliti, nonché cambiamenti biochimici permanenti nella funzione mitocondriale e disturbi dell’insulina e della funzione tiroidea T3 (5).

Nel 1989 Hickie, Lloyd e Wakefield dell’Ospedale Prince Hanry di Sidney hanno pubblicato risultati che mostrano una riduzione significativa del numero assoluto di linfociti periferici nel sangue, del numero totale delle cellule T e dei sottogruppi delle due cellule T, così come una riduzione significativa della funzione delle stesse cellule T. Hanno anche scoperto dei livelli ridotti di immunoglobulina (anticorpi) (6). In un recente articolo sono state riportate ulteriori alterazioni nei linfociti periferici C e una citotossicità delle cellule killer danneggiate (7).

Sulla base delle scoperte fisiche di laboratorio, molti scienziati ritengono che dei virus siano associati alla CFS e che possano essere direttamente coinvolti come causa della sindrome. Sono stati studiati diversi virus per determinare se hanno un ruolo. Questi comprendono gli enterovirus, gli herpes virus (soprattutto gli herpes umani virus-6 o HHV-6) e quelli scoperti di recente i retrovirus (8).

All’inizio si pensava che la causa della malattia fosse l’EBV, un herpes virus che causa la mononucleosi. Tuttavia, oggi i ricercatori ritengono che l’attivazione dell’EBV (quando esiste) sia l’effetto o una complicanza della CFS piuttosto che la sua causa (9). Ad oggi nessun virus è stato dimostrato come elemento essenziale della CFS.

Un’altra scuola di pensiero ritiene che la CFS sia essenzialmente un disturbo psicologico perché diversi sintomi osservati nei pazienti di CFS si osservano anche nelle patologie psichiatriche, soprattutto nei disturbi dell’ansia e della depressione.

Sono state riferite stime del 28-50% di incidenza della depressione nei malati di CFS, mentre nella popolazione generale la percentuale è del 15-25%. La depressione talvolta compare prima dell’inizio della CFS, suggerendo che possa essere una causa e non una conseguenza della sindrome oppure che possa essere la prima manifestazione della patologia in alcuni pazienti. I disturbi del sonno che generalmente accompagnano la depressione aggravano la CFS, probabilmente attraverso un danno dell’attività della melatonina. La sovrapposizione di sintomi tra la CFS e la depressione sfortunatamente confonde la distinzione tra una possibile causa psicologica e una fisica. Tuttavia, considerando l’evidenza che la stessa depressione ha talvolta una causa fisica e risponda meglio a trattamenti fisici, esiste una certa prova, che nei pazienti di CFS, la depressione possa essere l’effetto di un’infezione virale attiva o di un disturbo immunologico (10). E’ anche possibile che molti pazienti di CFS diventino depressi in conseguenza delle limitazioni poste dalla loro malattia (11).

Gli sforzi della ricerca sono volti ad identificare e ad isolare gli agenti responsabili fondamentali dello scatenamento del danno immunitario nelle persone con CFS. Sono in corso studi sulle anomalie immunologiche, neurologiche, endocrinologiche e metaboliche e sui fattori di rischio come la predisposizione genetica, l’età, il sesso, le malattie precedenti, altri virus, fattori ambientali e lo stress. Alla fine si potrà forse scoprire che la CFS abbia un’origine multifattoriale senza una singola causa identificabile.

Un fattore che può svolgere un ruolo nella CFS è l’esposizione prolungata a campi elettromagnetici di basso livello di 50-60 Hz. Ci concentriamo ora sull’esame degli effetti biologici noti di questi campi, soprattutto quelli riguardanti un danno del sistema immunitario.

Sistema Immunitario e Campi Magnetici della Frequenza delle Linee di Alta Tensione

Poiché un indicatore della possibilità che l’esposizione a campi elettromagnetici a basso livello di 50-60 Hz può avere un ruolo nella Stanchezza Cronica/Disfunzione del sistema immunitario, dobbiamo cercare le prove che l’esposizione umana a tali campi possa causare cambiamenti a livello cellulare, per esempio una disfunzione ormonale e un afflusso di ioni di calcio (12), che può avere un impatto potenzialmente negativo sul sistema immunitario.

Linee Guida del NCRP (1995)

Gli effetti biologici dei campi elettromagnetici sono stati esaminati approfonditamente da un comitato di esperti del Consiglio Nazionale per la Protezione e le Misurazioni della Radiazione (NCRP), un’organizzazione arruolata dal Congresso che è stata messa sotto contratto dall’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) nel 1983 per condurre una revisione degli effetti biologici dei campi elettromagnetici a frequenze estremamente basse.

Tale lavoro si è interrotto nel 1986 per il taglio dei fondi dell’EPA ma è ricominciato nel 1991. all’inizio del 1995 un riassunto del Rapporto di 800 pagine del NCRP è arrivato alla rivista di New York, Microwave News, che ha pubblicato le scoperte del rapporto nell’agosto 1995. il Rapporto finale doveva essere pubblicato all’inizio del 1996, ma ha ricevuto una tale opposizione dell’industria ai risultati che le sue conclusioni finali rimangono ancora incerte.

Gli appartenenti al Comitato sono stati descritti dal Presidente dott. Ross Adey come “attentamente selezionati per coprire la grande maggioranza degli interessi della società su questo problema scientifico, tra cui ingegneri dell’industria elettrica, epidemiologi, specialisti di salute pubblica così come biologi molecolari e cellulari” (13). Il riassunto del Rapporto ammette generalmente, come limite di esposizione, 2mG (0,2 uT), con implicazioni immediate per i centri sanitari, le scuole, giardini pubblici e per le linee di alta tensione poste vicino alle abitazioni.

Una qualche politica più flessibile andrebbe applicata alle nuove case e uffici. Per le strutture esistenti il Comitato ha suggerito un approccio più graduale con restrizioni più forti da applicare nel tempo se le prove di un rischio per la salute continuano ad aumentare.

Il Comitato del NCRP stabilisce che”nelle aree chiave della ricerca bioelettromagnetica le scoperte sono sufficientemente compatibili e formano un quadro sufficientemente coerente per suggerire possibile correlazione tra le esposizioni ai campi elettromagnetici di frequenze estremamente basse e la rottura dei normali processi biologici in modo da richiedere un esame dettagliato delle possibili implicazioni per la salute umana” (14).

Il Comitato cita, dagli studi su umani, le prove per una correlazione tra i campi elettromagnetici e: cancro nei bambini e negli adulti, compresa la leucemia e il cancro al cervello; effetti teratologici e altre anomalie riproduttive; risposte neuroendocrine e autonomiche che, separatamente o insieme, possono avere implicazioni patofisiologiche; risposte neurochimiche, fisiologiche, comportamentali e cronobiologiche con implicazioni per lo sviluppo del sistema nervoso.

Il Comitato, dagli studi di laboratorio, osserva che i campi elettromagnetici: influiscono sulla regolazione della crescita cellulare in modelli animali e su tessuti in un modo compatibile con la formazione dei tumori; aumentano l’incidenza di tumori e diminuiscono la latenza dei tumori negli animali; alterano i processi genetici trascrizionali, la naturale risposta di difesa dei linfociti T e gli altri processi cellulari correlati allo sviluppo e al controllo dei tumori; influiscono sulle risposte neuroendocrine e psicosessuali.

In relazione agli effetti dei campi a basso livello sull’ormone pineale, la melatonina, il Comitato ha concluso che “c’è stata una grande attenzione sulle azioni dei campi a frequenze estremamente basse sulla ghiandola pineale, in correlazione agli effetti sulla sintesi e sulla secrezione dell’ormone pineale – la melatonina – e su una vasta gamma di funzioni regolatrici mediate da tale ormone. La melatonina svolge un ruolo essenziale nel controllo del ritmo biologico delle 24 ore. Il disturbo del normale ritmo diurno della melatonina è associato alla formazione, nel petto, di un recettore alterato degli estrogeni (si tratta di una linea di prove sperimentali oggetto ora di studio) o ad una possibile correlazione tra l’esposizione a campi di frequenza estremamente bassa e il cancro al petto negli umani… peraltro, la melatonina ha proprietà generali anti-radicali liberi, con la possibilità di un ruolo preventivo dello stress ossidativo, riconosciuto come un fattore di base per un vasto spettro di disturbi degenerativi nell’uomo, tra cui patologie arterio-coronariche, morbo di Parkinson e di Alzheimer e invecchiamento” (15).

Secondo il Comitato le fonti problematiche di campi elettromagnetici di frequenze estremamente basse comprendono i sistemi locali di distribuzione elettrica così come i sistemi di trasmissione ad alto voltaggio. Particolari apparecchiature, tra cui coperte elettriche e videoterminali, rappresentano un forte problema insieme a “vari ambienti occupazionali”. Il Comitato stabilisce che le evidenze scientifiche indicano dei pericoli per la salute umana causati dalle esposizioni ai campi elettromagnetici quotidiani, particolarmente dai campi magnetici superiori a 2mG (0,2 uT) e dai campi elettrici di intensità nella gamma dei 10-100 V/m (Volt per metro). “…questo implica che una percentuale rilevante della popolazione mondiale potrebbe essere soggetta ad un basso livello di rischio, ma ad un fattore di rischio con conseguenze significative per la società, a causa della sua natura pervasiva e delle conseguenze serie per gli individui che ne sono affetti” (16).

Esposizione a campi magnetici a livello cellulare

Le intercorrelazioni tra i vari processi cellulari sono troppo complesse per una approfondita discussione in questa sede. Tuttavia, le prove scientifiche accumulate ad oggi, provenienti dalla biologia cellulare, dalla biochimica e dalla bioelettromagnetica forniscono una comprensione eccellente di questi processi e di come i campi elettromagnetici possono interagire con essi. E’ importante osservare che le scoperte di laboratorio non sono necessariamente applicabili del tutto alle situazioni della vita reale. Gli esperimenti a livello cellulare intendono determinare e caratterizzare un effetto in un sistema più semplice di un organismo multicellulare. In tal senso i risultati sperimentali in vitro non sono influenzati dai meccanismi endogeni omeostatici (di riparazione) dell’organismo intero e possono, così, essere più sensibili ai campi applicati su di essi (17).

L’ormone melatonina e i neurotrasmettitori serotonina e dopamina sono messaggeri neurochimici che contribuiscono alla trasmissione nel sistema nervoso centrale o, nel caso degli ormoni, viaggiano attraverso il corpo per effettuare cambiamenti cellulari. Si ritiene che ci siano più di 100 neurotrasmettitori e ormoni che consentono un’interazione complessa tra il SMC, il sistema endocrino e quello immunitario.

La membrana cellulare, dove i neurotrasmettitori e gli ormoni si legano a o attraversano il citoplasma, è verosimilmente il luogo di qualsiasi interazione con i campi elettromagnetici esterni prodotti dall’uomo. Ci sono siti dei recettori sia sulla membrana cellulare che all’interno della cellula dove tali messaggeri chimici si legano, dando inizio ad una catena di eventi chimici che può, alla fine, alterare il comportamento della cellula in vari modi.

Il dr. W. Ross Adey, l’ex Presidente Associato del Personale per la Ricerca e Sviluppo al Centro Medico Tettis Memorial VA a Loma Linda in California e Presidente del Comitato del NCRP, ha fornito una adeguata descrizione dei processi di comunicazione cellulare: “si è generalmente concordi che la prima forma di individuazione dei campi elettromagnetici di frequenze estremamente basse e dei campi di microonde/di radiazione di radiofrequenza modulati da frequenze estremamente basse avvenga sulle membrane che racchiudono tutte le cellule. Tali membrane cellulari complesse agiscono come individuatrici, amplificatrici e forniscono una debole superficie elettrica e segnali chimici all’interno della cellula. Le cellule comunicano, inoltre, con quelle vicine attraverso segnali verso l’esterno, come se “chiacchierassero insieme” elettricamente e chimicamente attraverso segnali che sono anche sensibili ai campi elettromagnetici imposti” (18).

Non è necessario che i campi elettromagnetici esterni penetrino dentro la cellula per causare cambiamenti al suo interno, come riporta la Commissione Internazionale per la Protezione da Radiazioni Non-Ionizzanti (ICNIRP) nel 1996: “influenzando i percorsi di trasferimento del segnale che a sua volte può regolare la proliferazione cellulare, la differenziazione cellulare e persino la trasformazione di un fenotipo tumorale, i campi elettromagnetici di frequenze estremamente basse possono essere potenzialmente coinvolti diversi processi patologici senza persino penetrare nella membrana cellulare in qualsiasi modo significativo” (19).

Riassumendo, i campi elettromagnetici possono causare cambiamenti fondamentali nei segnali elettrici e chimici del sistema nervoso centrale. E’ stato dimostrato che un messaggero chimico particolarmente suscettibile all’influenza dei campi elettromagnetici deboli di frequenze estremamente basse è la melatonina.

Melatonina

I ritmi circadiani negli umani e negli animali sono sincronizzati con il ciclo naturali del giorno/notte. La ghiandola principale che controlla questo ciclo naturale è quella pineale che produce un neuro-ormone, la melatonina. Nei mammiferi la luce che cade sulla retina dell’occhio durante il giorno produce segnali che sono amplificati biochimicamente per stimolare la ghiandola pineale affinché riduca la produzione di melatonina. Di notte l’assenza di luce consente alla ghiandola pineale di produrre melatonina. Questa entra direttamente nel flusso sanguigno attraverso il quale ha accesso ad ogni cellula del corpo passando direttamente ai recettori nel nucleo (20).

Nel nucleo cellulare la melatonina svolge un ruolo di regolazione dell’espressione genetica. La capacità della melatonina di entrare in tutte le cellule è essenziale per una delle sue più importanti funzioni, quella di agire contro i radicali liberi a base di ossigeno, altamente tossici. La produzione di questi radicali liberi è una conseguenza dell’utilizzo di ossigeno da parte di tutti gli organismi aerobici. Circa l’1-2% dell’ossigeno inspirato finisce nei radicali liberi tossici come scarto della respirazione. Tali radicali possono danneggiare le nano molecole come il DNA, le proteine e i lipidi. Si definisce tale danno “stress ossidativo” (21).

A causa della sua capacità di eliminare i radicali liberi, la melatonina è considerata come una protezione efficiente per le cellule e come un agente oncostatico. La notte, l’aumento del livello di melatonina contribuisce ad eliminare la creazione dei radicali liberi, consentendo la sintesi del DNA e la divisione cellulare con una minore probabilità di avere danni. La melatonina inibisce anche il rilascio di estrogeni, la cui esposizione prolungata può far aumentare il rischio di cancro al seno (22).

Seconde Brzezinski, la melatonina può migliorare il sistema immunitario e contrastare l’immunosoppressione indotta da stress, migliorando la risposta immunitaria (23).

Ipotesi della melatonina

Nel 1987, Stephens e altri hanno suggerito che i campi elettromagnetici riducessero la produzione di melatonina da parte della ghiandola pineale e che la melatonina sopprimesse lo sviluppo del cancro al seno (24) e hanno proposto che tali campi potessero agire come cofattori nello sviluppo di alcuni tipi di cancro. Da allora i risultati derivanti da 5 studi in vitro, condotti in 3 laboratori principali usando culture di cellule di cancro al seno di umani, hanno dimostrato che i campi elettromagnetici di basso livello di linee elettriche dell’ordine di 12mG (1,2 uT) possono bloccare la capacità della melatonina di soprrimere le cellule tumorali del seno (25). Questa è nota come ipotesi della melatonina. Diversi studi di esposizione su umani, inoltre, hanno scoperto livelli più bassi di melatonina nelle persone esposte a campi elettromagnetici.

Al Secondo Congresso Mondiale per l’Elettricità e il Magnetismo in Biologia e in Medicina, tenutosi a Bologna nel luglio del 1997, il programma stabiliva che: “sono stati condotti vari studi sperimentali per testare l’ipotesi della melatonina. Sebbene la letteratura si stia ancora evolvendo e si stia costruendo un consenso, è lecito affermare che: a) esista un supporto scientifico credibile per tale ipotesi e, soprattutto, b) tale supporto è presente nella ricerca in vitro, in vivo e in quella epidemiologica. L’ipotesi della melatonina, perciò, rappresenta attualmente una delle interazioni meglio documentate/testate nel campo della bioelettromagnetica” (26).

Nel 1988 Liburdi ha riportato che “l’ipotesi della melatonina invochi un meccanismo generale che ha importanza in tutti i tessuti che dipendono da ormoni che rispondono agli estrogeni e/o alla prolattina, come i tessuti epiteliali mammari negli umani, quelli delle ovaie e della prostata” (27).

Un ulteriore studio ha scoperto che l’esposizione a campi elettromagnetici in ufficio era apparentemente correlata, non solo ad una diminuzione dei livelli di melatonina, ma anche ad un aumento dell’ormone dello stress, quello adrenocorticotropico (ACTH) (28). Le implicazioni per il sistema nervoso centrale sono ovvie perché è noto che i livelli alti in modo cronico dell’ACTH sopprimono la funzione immunitaria. Anche se le prove di una correlazione tra i campi elettromagnetici, di frequenze estremamente basse è la melatonina è forte, è noto che anche altre sostanze chimiche vengono influenzate; tra queste gli ioni di calcio che sono tipici per una funzione adeguata di tutte le cellule.

Ioni di calcio, proteina chinasi e ornitina decarbossilasi

Nella loro revisione completa sugli effetti dei campi elettromagnetici sulle molecole e sulle cellule, Goodman e altri hanno osservato che l’effetto di tali campi sul flusso del calcio è stato oggetto di un intenso studio a causa dell’importante ruolo fisiologico del calcio e del suo rapporto con i cambiamenti delle membrane cellulari. I risultati non sono chiari, ma la maggior parte degli esperimenti in vitro su tessuti umani dimostrano un aumentato afflusso di calcio in risposta alla radio frequenza e ai campi di frequenze estremamente basse. In particolare, Liburdy e i suoi colleghi hanno esaminato gli effetti della componente elettrica o magnetica nell’alterazione dell’afflusso di calcio e i loro dati combinati sostengono fortemente la conclusione che la componente elettrica del campo sia quella responsabile di tale alterazione. Suggeriscono che il campo elettrico agisca inducendo l’apertura dei canali di calcio nella membrana piuttosto che inducendo un aumento della mobilizzazione del reticolo endoplasmatico (29).

La possibile correlazione tra i campi elettromagnetici, gli ioni di calcio e la funzione immunitaria è stata riassunta da Cherry: “le micro-onde di radiofrequenza e i campi a frequenze estremamente basse, modulate a frequenza estremamente basse, cambiano la frequenza dell’oscillazione e l’ampiezza (della segnalazione degli ioni di calcio) e cambiano l’afflusso e l’uscita degli ioni di calcio dentro e intorno alla membrana cellulare. Il cambiamento della frequenza di oscillazione e dell’ampiezza è correlata alla risposta immunitaria della cellula e dimostra che il campo applicato dall’oscillazione produce una reazione simile agli anticorpi come se la cellula fosse stata attaccata. Questo è uno dei percorsi biochimici che regolano il comportamento cellulare. Questo è alterato dal campo elettromagnetico applicato. Poiché il trasporto del segnale controlla la divisione, la differenziazione e la proliferazione cellulare, tale alterazione indotta dalla radiazione del campo magnetico nella trasduzione del segnale ha il forte potenziale di partecipare alla formazione o alla promozione dei tumori. L’alterazione dei linfociti T e degli altri fattori del sistema immunitario suggerisce che l’esposizione a campi elettromagnetici causi una immunosoppressione in parte attraverso l’induzione di un efflusso di ioni di calcio (30).

E’ noto che i cambiamenti del flusso cellulare di calcio stimolino un gruppo di enzimi chiamati proteina chinasi, che hanno un ruolo importante nella regolazione di diverse funzioni cellulari.

Due recenti studi hanno scoperto la prova che, all’interno delle cellule, i campi elettromagnetici possano attivare certi percorsi nella trasmissione dei segnali, per esempio, l’attività della proteina chinasi è stata associata al cancro. In particolare, questi gruppi di ricerca hanno scoperto che prodotti di una particolare classe di agenti tumorali, le chinasi tirosine Sre, sono attivate rapidamente dall’esposizione a campi elettromagnetici. Sembra che anche le funzioni di altri elementi cellulari chiave che agevolano la funzione di promozione tumorale di queste tirosine chinasi siano amplificate da 5 a 10 volte. I risultati di questi studi, inoltre, dimostrano che i campi elettromagnetici possono alterare eventi biochimici nel sistema immunitario che determina la nostra suscettibilità alle infezioni (31).

E’ stato riportato da Uckum che i campi elettromagnetici possono rompere “l’equilibrio di regolazione della crescita” nelle cellule tumorali (32). Uckum riporta anche un’attività simile indotta dai campi elettromagnetici in un sistema enzimatico diverso, ma correlato dove si è scoperto che le cellule esposte per 5 fino a 15 minuti a campi elettromagnetici di potenza simile a quella dei rasoi elettrici (1000 mG/100 μT) causano un’ aumento di 5-10 volte dell’attività di un gene associato alla formazione di leucemia (33). Riferendosi a tale ricerca, Adey afferma che “questa è un’altra prova, che abbiamo iniziato ad osservare negli anni ’80, che sottolinea l’importanza della proteina chinasi come sistema chiave di comunicazione intracellulare che è sensibile sia ai campi di frequenze estremamente basse che a quelli a radiofrequenze modulate” (34). C’è la possibilità che il sistema immunitario venga compromesso dai campi elettromagnetici esterni che possono alterare i messaggeri chimici, causando l’invio di istruzioni errate ai sistemi di regolazione interna delle cellule.

Uckum ha scoperto che l’elevata attivazione dell’enzima tirosina chinasi da parte dei campi elettromagnetici possa rappresentare la manifestazione iniziale dell’influenza biologica dei campi elettromagnetici, causando una cascata di eventi biologici. Ha riportato anche l’attivazione di una seconda tirosina chinasi, nota come BTK: “Poiché non c’è alcuna produzione di ormoni senza l’attivazione della tirosina, le nuove scoperte possono anche spiegare i cambiamenti ormonali correlati alle esposizioni ai campi elettromagnetici” (35).

Un’altro importante enzima coinvolto nella crescita cellulare è l’ornitina decarbossilasi (ODC) che è richiesta dalla replicazione del DNA. L’ODC è sempre presente nella crescita cellulare e svolge un ruolo critico nella trasformazione cellulare, ma dei livelli aumentati sono considerati un marcatore del tipo di attività cellulare connessa alla crescita tumorale. La ricerca di Litovitz e di altri sull’ODC ha dimostrato che, applicando la frequenza di 55 e di 65 Hz, c’è un aumento significativo (doppio) dell’attività dell’ODC nelle cellule L929 esposte a campo magnetico di 100 mG (10 μT). Gli autori concludono che “l’aumento di ODC correlato ai campi elettromagnetici è una questione di interesse generale sull’esposizione ad essi. Suggeriamo, tuttavia, che la coerenza del fenomeno osservata in tali esperimenti abbia probabilmente una conseguenza più ampia e che altre risposte biologiche sensibili ai campi elettromagnetici mostreranno una dipendenza confrontabile e coerente” (36).

Le prove che abbiamo fin qui visto suggeriscono una correlazione tra campi elettromagnetici e livelli di calcio, della melatonina, delle proteine chinasi e dell’attività dell’ODC. Così non è irragionevole concludere che la CFS, che può indicare un danno metabolico, sia in parte una manifestazione dell’esposizione a campi elettromagnetici a bassi livelli.

Studi umani sperimentali e danni ormonali

Nella sezione precedente abbiamo notato la possibile correlazione tra campi elettromagnetici e livelli di melatonina. Uno studio preliminare del 1997 su 60 lavoratori di un’industria di GARMENT in Finlandia ha scoperto “un effetto altamente significativo” dei campi elettromagnetici sulla riduzione dei livelli normali notturni di melatonina. Sono stati misurati i campi magnetici di due tipi di macchinari diversi usati nell’industria e gli operatori sono stati divisi in due gruppi, uno con esposizione bassa, a seconda della macchina che usavano, e uno con una esposizione media, sopra o sotto 10 mG (1,0 μT). Hanno fatto da gruppo di controllo dei lavoratori non-dell’industria che non erano esposti a campi magnetici. I risultati di tale studio hanno scoperto pesanti effetti dell’esposizione a entrambi i campi magnetici sui livelli notturni della melatonina. Non è stata scoperta alcuna differenza nei livelli di melatonina nelle notti del fine settimana e in quelle della domenica, indicando che “la possibile soppressione causata dall’esposizione al campo magnetico sia cronica, con una leggera ripresa nel fine settimana” (37).

Uno studio del 1996, condotto da Leif e Burch su 192 addetti a strutture elettriche, ha scoperto che alcune esposizioni a campi elettromagnetici sono associate a bassi livelli di melatonina e che esiste una correlazione significativa tra alcuni campi magnetici e livelli diurni più bassi di melatonina nel secondo e nel terzo giorno di misurazione (38). La mancanza di effetti nel primo giorno (successivo ad una settimana o equivalente) può indicare un effetto cumulativo dell’esposizione. Alcuni studi hanno suggerito che gli effetti dei campi elettromagnetici sulla melatonina possono dipendere dal fatto se il campo è continuo o intermittente. Reif e Burch hanno scoperto che i campi magnetici nella casa, che erano “temporaneamente coerenti” (meno intermittenti) avevano una correlazione molto significativa con i livelli notturni più bassi di melatonina. Hanno concluso che l’intensità e le caratteristiche temporali dei campi magnetici possono entrambi svolgere un ruolo nella soppressione della melatonina (39).

Anche i videoterminali sono stati citati come fonte significativa di radiazione da campo magnetico. Secondo Arnetz e Berg gli impiegati che usavano i videoterminali avevano una riduzione significativa nei livelli circolatori di melatonina nel corso della giornata lavorativa. Nessun cambiamento del genere è stato scoperto nei giorni in cui non avevano usato i videoterminali. Il livello dell’ormone dello stress, l’ACTH, aumentava nel giorno lavorativo e ciò dimostrava una forte correlazione con la situazione soggettiva di stress mentale dei lavoratori, ma, per contro, lo stress mentale non era significativamente correlato ai livelli di melatonina (40). Davis del Centro Oncologico “Fred Hutchinson” di Seattle, Washington, ha scoperto che campi magnetici di basso livello possono ridurre il rilascio notturno di melatonina nelle donne. Anche se l’effetto era piccolo, ma avveniva a livelli di milliGauss, seguendo un andamento di dose–risposta. Davis ha chiamato le scoperte “interessanti” per il “basso livello di esposizione” che riflette le condizioni del “mondo reale”, ma ha espresso cautela perchè il significato biologico dei risultati non era noto al momento. Davis affermava: “E’ la prima volta che troviamo la prova che dei cambiamenti relativamente piccoli nei campi magnetici di notte possono essere associati ad una diminuzione dei livelli di melatonina notturni negli umani” (41). Davis presume che la melatonina inibisca la produzione di altri ormoni come gli estrogeni; perciò, un calo della melatonina può causare potenzialmente l’innalzamento dei livelli di altri ormoni (42).

Insieme alla ricerca di laboratorio, gli studi di esposizione sugli umani indicano una possibile correlazione tra campi elettromagnetici e danni ormonali che possono essere un co-fattore nello sviluppo della CFS. Il nesso causale non è stato ancora fermamente stabilito, ma di sicuro è necessaria ulteriore ricerca a tal riguardo.

Depressione e campi elettromagnetici

La ricerca negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ha scoperto che la depressione clinica è il fattore principale nei suicidi in entrambi i paesi. Ci sono vari tipi di depressione, da quella stagionale che avviene di solito nei mesi invernali, fino ad una depressione cronica di basso livello che può persistere per mesi o anni. Tra i sintomi della depressione clinica ci sono la perdita di peso, il risveglio presto la mattina, un diminuito impulso sessuale e una sensazione generale di assenza di speranza. Al contrario, alcune persone hanno quella che è chiamata “depressione atipica”, caratterizzata da aumento di peso e dal passare la maggior parte del giorno a dormire.

Nel 1978 Perry ha pubblicato le scoperte di un’indagine riguardo i campi elettromagnetici che ha esaminato gli indirizzi di circa 600 individui suicidatisi a Birmingham e ha scoperto che nelle case in cui il campo elettromagnetico era superiore a 1 mG (0,1 μT) il rischio relativo di patologie depressive era elevato (43). Perry e Pearl hanno condotto uno studio su un condominio alto 43 piani con 3.000 unità abitative (con circa 6.000 occupanti). L’obiettivo della ricerca era determinare se ci fosse una qualche correlazione tra il livello di depressione degli occupanti e la loro vicinanza ai campi elettromagnetici. Gli individui affetti da certe patologie cardiache e da depressione avevano maggiori probabilità di vivere vicino le principali cabine elettriche nel condominio. Le intensità del campo elettromagnetico misurate in tutti i 43 piani con un solo cavo in risalita dei piani mostravano campi significativamente più alti negli appartamenti vicino al cavo. Tali campi erano in media di 3,15 mG (0,315 μT) più vicino al cavo e 1,61 mG (0,16 μT) negli appartamenti più distanti dal cavo. Una ulteriore scoperta fu che, considerando solo gli appartamenti con riscaldamento sotto al pavimento o ad accumulo elettrico di calore, la percentuale di casi di depressione fra gli occupanti degli appartamenti vicini al cavo elettrico in risalita dei piani saliva all’82% (44).

E’ noto che i cambiamenti nei livelli di serotonina sono associati alla depressione. Per esempio, livelli più bassi di tale sostanza nel cervello sono stati correlati ad un aumento dei suicidi (45). Wolpaw ha esaminato le funzioni cerebrali di scimmie esposte ai campi magnetici di 60 Hz e ha misurato i livelli dei neuro-ormoni nel loro fluido spinale quando esposte per tre settimane. E’ stato scoperto che i livelli di serotonina e di dopamina si abbassavano significativamente subito dopo l’esposizione e che solo la dopamina tornava a livelli normali dopo diversi mesi (46). Sono state riportate concentrazioni basse di melatonina notturna in pazienti depressi e, inoltre, i pazienti affetti da depressione stagionale hanno una secrezione della melatonina ritardata (47).

Robert Becker, che è un ricercatore di primo piano sui campi elettromagnetici e sulla depressione, riassume il suo lavoro e quello di altri così: “sembra che ci possono essere due tipi di depressione clinica: una prodotta da semplici fattori psicosociali e una prodotta da un fattore esterno che influenza la produzione di queste sostanze chimiche psicoattive prodotte dalla ghiandola pineale. Considerando la relazione tra questa ghiandola e i campi elettromagnetici, è consigliabile che la ricerca dei fattori responsabili comprenda la valutazione degli effetti ormonali dei campi elettromagnetici” (48).

Altre scoperte rilevanti della ricerca

Sin dal 1979 quando, in una presentazione congressuale, Wertheimer e Leeper per primi hanno riportato una correlazione tra l’esposizione ai campi magnetici e le Leucemie infantili, ci sono stati ben altri 30 studi epidemiologici principali sul rapporto tra campi elettromagnetici e cancro. Pochi studi, comunque, hanno ricercato delle prove dell’associazione tra l’esposizione a campi magnetici ad alta frequenza e le patologie correlate al sistema immunitario negli umani.
In un importante studio Beale e altri hanno esaminato otto condizioni croniche immunitarie variabili in un gruppo di 560 adulti che abitavano vicino a dei tralicci a voltaggio estremamente alto in Auckland, Nuova Zelanda. Usando una progettazione incrociata per esaminare il rapporto dose e reazione tra l’esposizione a campi magnetici di adulti nelle loro case e l’incidenza di queste patologie, cinque delle otto variabili hanno dimostrato una relazione lineare dose-risposta con l’esposizione. Dopo un aggiustamento per possibili confusioni, sono state ottenute percentuali significativamente elevate per l’asma e per patologie croniche combinate con esposizioni di alto livello. Come riporta l’abstract dell’articolo “I risultati sono compatibili con un possibile effetto avverso dell’esposizione a campi elettromagnetici sulle patologie correlate al sistema immunitario e ad altro” (49).

L’attività linfocitaria ematica periferica negli umani potrebbe essere influenzata dall’esposizione a campi elettrici. Per esempio, Coghill e altri (1998) hanno esposto i linfociti ematici periferici umani contenuti in colture racchiuse nel metallo mu (cioè schermate dai campi elettromagnetici) al campo elettrico endogeno dello stesso donatore per tutta la notte e hanno testato la sopravvivenza con l’esclusione del TRYPAN blu, dimostrando una sopravvivenza del 70%. I controlli (senza campo elettrico endogeno) e quelli esposti per finta (stesso filo di rame ma non attaccato al corpo) hanno dimostrato entrambi una sopravvivenza del 50%. Quando hanno fornito un campo elettrico di 50 Hz nelle colture di linfociti (stessa densità di potenza, stesso periodo di esposizione, stessa temperatura, ecc.) la sopravvivenza è scesa al 40%. Tale studio suggerisce che il campo elettrico a 50 Hz (non magnetico) influisce negativamente sui linfociti ematici periferici nell’uomo (50). Tale diminuzione potrebbe essere coinvolta nello sviluppo della CFS.

Uno studio di Bonhomme – Faivre e altri del 1998 ha scoperto delle “prove che l’esposizione cronica a campi elettromagnetici di bassa frequenza… possa causare negli umani disturbi neurovegetativi, ematologici e immunitari”. In particolare, hanno scoperto che un gruppo di lavoratori che erano esposti a campi magnetici da 0,9 mG (0,09 μT) a 66 mG (6,6 μT) avevano delle conte linfocitarie significativamente basse rispetto ad un gruppo simile di controllo non esposto a tali livelli. Il gruppo esposto ha riportato anche una prevalenza significativamente maggiore di condizioni soggettive – stanchezza fisica e mentale, depressione, malinconia, irritabilità, libido diminuita o carente – rispetto al gruppo di controllo. In questo studio erano particolarmente interessanti due lavoratori che avevano avuto esposizioni da 3 a 66 mG (0,3 – 6,6 μT) e lavoravano a tempo pieno sopra i trasformatori. E’ stato scoperto che entrambi avevano livelli diminuiti dei linfociti che ritornavano velocemente quando smettevano di lavorare in quell’area (51).

Si può notare, infine che non tutti i ricercatori concordano che i campi elettromagnetici a 50 – 60 Hz abbiano un nesso causale con danni ormonali e combinati a livello cellulare. Questo gruppo sostiene l’assunto che le piccole correnti e campi elettrici indotti nel tessuto del corpo da campi elettromagnetici esterni hanno una magnitudo minore dei campi prodotti internamente e dello stesso “rumore di sottofondo” delle soluzioni liquide. Tale assunto è stato testato da Gandhi il quale ha scoperto delle prove che i campi indotti nel corpo umano da tralicci e da apparecchiature elettriche – in pratica tutte le potenti fonti di campi elettromagnetici artificiali – sono molto più ampi di quelli prodotti naturalmente nel corpo. Gandhi ha usato un modello al computer per calcolare i campi elettrici e magnetici nelle bande di frequenza 41 – 70 Hz derivanti da fonti interne e da fonti esterne e ha scoperto che persino i campi naturali più ampi prodotti dal cuore sono centinaia di volte più piccoli di quelli provocati dallo stare sotto ad un traliccio dell’alta tensione o dall’uso di un asciugacapelli. Gandhi ha dichiarato: “Il mio assunto era che quello che è nel corpo è abbastanza rilevante, ma poi ho scoperto che questo era sbagliato… E’ ora che la gente rifiuti questi assunti falsi” (52).

Il lavoro di Gandhi e di altri ha spinto gli autori ad esaminare i meccanismi che potrebbero offrire delle spiegazioni su come dei campi elettromagnetici ambientali deboli possono influire sui sistemi viventi. Un possibile meccanismo che sta ora raccogliendo sostegno tra i biologi è la risonanza stocastica (53). Tale nuova applicazione della teoria della risonanza stocastica è attualmente sotto indagine nei laboratori degli autori.

Conclusioni

Con le patologie definite in modo flessibile “Sindrome da Stanchezza Cronica”, indipendentemente dalle sue cause, l’effetto principale è un sistema immunitario nettamente compromesso. Considerando questo, è consigliabile che i medici impegnati nel trattamento dei pazienti di CFS li avvsino di evitare situazioni che possano aggiungere uno stress aggiuntivo al loro sistema immunitario.

Prove scientifiche attuali indicano che l’esposizione prolungata a campi elettromagnetici, a livelli che si possono incontrare nell’ambiente, possono influire sulla funzionalità del sistema immunitario agendo sui processi biologici in modi simili a quelli osservati nella CFS. Considerando la crescente incidenza della CFS nella popolazione, secondo gli autori i medici dovrebbero avvisare i pazienti di evitare per precauzione i campi elettromagnetici. Di solito è relativamente facile individuare le fonti dei campi elettromagnetici ed evitarli.

La mancanza di una piena certezza scientifica non dovrebbe essere usata come scusa per posporre delle misure per prevenire l’esposizione a qualsiasi fonte potenzialmente pericolosa. Se si possono intraprendere delle misure per ridurre l’esposizione a campi elettromagnetici ad un costo ragionevole e con conseguenze ragionevoli secondo tutti gli altri aspetti , bisognerebbe fare ogni sforzo per ridurre l’esposizione ai livelli più bassi possibile.

Glossario

Bioelettromagnetica

Scienza emergente che si concentra su come gli organismi viventi interagiscono con i campi elettromagnetici.

Campi elettromagnetici

Forma di energia che consiste di dare forze oscillanti, cioè una componente elettrica ed una magnetica. Esempi di energia elettromagnetica comprendono: campi dei fili elettrici, onde radio, luce, raggi X, raggi gamma, ecc.

Gauss (G)
Unità della densità di flusso magnetico, recentemente sostituita dalle nuove unità, il Tesla. Per i campi di basso livello riscontrati in ambiente urbano si usa come unità il milliGauss (mG). 1 mG = 1 microTesla (μT).

Herz (Hz)
Unità di frequenza che indica i numeri dei cicli per secondo.

Campo magnetico

L’area di forze che esiste intorno ad un elettrone: gli elettroni che fluiscono lungo un filo producono una forza nell’area circostante al filo, definita appunto come campo magnetico.

Note: Gli autori desiderano esprimere fortemente che non sostengono o accettano l’uso di qualsiasi strumento non provato scientificamente che dichiara di eliminare i campi elettromagnetici o di proteggere il corpo dai campi elettromagnetici.

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38) ibid.
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