Tra gli interventi più attesi della conferenza internazionale Resilience 2025 vi è stato quello del dottor John Molot, medico ambientale e professore associato presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Ottawa, da oltre vent’anni impegnato nello studio e nella cura delle persone affette da Sensibilità Chimica Multipla (MCS). Nel corso della sua relazione, significativamente intitolata The MCS Story: The Science and Resistance to Change, Molot ha ripercorso l’evoluzione delle conoscenze scientifiche sulla malattia, sostenendo che le evidenze oggi disponibili rendano sempre più difficile considerare la MCS una condizione controversa o priva di basi biologiche.
Secondo Molot, la Sensibilità Chimica Multipla è principalmente una patologia caratterizzata da un’alterata sensibilità di specifici recettori cellulari coinvolti nel riconoscimento delle sostanze chimiche ambientali. In particolare, l’attenzione si concentra sui recettori TRPV1 e TRPA1, proteine presenti nei sistemi respiratorio, nervoso e immunitario che hanno il compito di individuare potenziali minacce chimiche. Nelle persone affette da MCS questi sistemi di allarme diventano iper-reattivi, provocando risposte anomale anche a esposizioni molto basse che nella maggior parte della popolazione non determinano alcun sintomo.
Uno degli aspetti più interessanti della presentazione riguarda il fatto che la MCS potrebbe non essere legata principalmente all’olfatto. Molot ha spiegato che i sintomi sembrano coinvolgere soprattutto il nervo trigemino e il nervo vago, strutture fondamentali per la percezione del dolore e per il controllo di numerose funzioni involontarie dell’organismo, tra cui digestione, frequenza cardiaca e regolazione immunitaria. Questo significa che molte persone possono reagire a una sostanza chimica anche senza percepirne l’odore, un elemento che contribuisce a distinguere la malattia da una semplice risposta psicologica agli odori sgradevoli.
Nel tentativo di contrastare l’idea che la MCS sia una condizione soggettiva o non dimostrabile, Molot ha richiamato numerose evidenze oggettive raccolte negli ultimi anni. Diciannove studi hanno documentato una maggiore sensibilità dei pazienti a sostanze come capsaicina e acroleina, frequentemente utilizzate nei test clinici per valutare l’attività dei recettori TRPV1. Parallelamente, le tecniche di neuroimaging funzionale hanno evidenziato alterazioni dell’attività cerebrale in aree coinvolte nell’elaborazione delle emozioni e delle informazioni sensoriali, tra cui amigdala, ippocampo e corteccia prefrontale. Questi risultati suggeriscono che la MCS sia associata a modificazioni misurabili del sistema nervoso centrale, probabilmente conseguenti a processi di sensibilizzazione sviluppatisi nel tempo dopo esposizioni ripetute.
Il relatore ha inoltre illustrato le più recenti ricerche sulle predisposizioni genetiche. Alcuni studi suggeriscono che differenze individuali nei sistemi di detossificazione e nei geni che regolano i recettori TRP possano aumentare la vulnerabilità agli agenti chimici ambientali. Sebbene queste ricerche siano ancora in fase iniziale, esse indicano che alcune persone potrebbero essere biologicamente più suscettibili agli stress ambientali. In presenza di esposizioni elevate agli inquinanti indoor o di carenze nutrizionali, tali vulnerabilità potrebbero favorire l’insorgenza di uno stato cronico di stress ossidativo, uno dei meccanismi fisiopatologici più frequentemente associati alla MCS.
Un altro tema centrale della relazione è stato il ruolo dell’ambiente indoor. Molot ha ricordato che la popolazione trascorre circa il 90% del proprio tempo all’interno di edifici, dove è costantemente esposta a composti organici volatili (VOC) rilasciati da materiali da costruzione, mobili, prodotti per la pulizia e prodotti per l’igiene personale. Secondo il medico canadese, queste sostanze possono attraversare rapidamente la barriera emato-encefalica e interferire con i processi cellulari, soprattutto nelle persone che presentano sistemi di detossificazione meno efficienti.
La parte più critica dell’intervento è stata dedicata alla risposta delle istituzioni sanitarie. Molot ha richiamato il cosiddetto “riflesso di Semmelweis”, il fenomeno per cui nuove evidenze scientifiche vengono respinte quando mettono in discussione convinzioni consolidate. Il relatore ha ricordato come molti pionieri della medicina ambientale, tra cui Theron Randolph e Mark Cullen, siano stati a lungo ridicolizzati per i loro studi sulle sensibilità chimiche.
Negli anni Novanta, diverse associazioni mediche pubblicarono documenti che definivano la MCS una condizione non dimostrata, posizioni che, secondo Molot, continuano ancora oggi a influenzare il dibattito nonostante il crescente numero di pubblicazioni scientifiche disponibili.
Nelle conclusioni, il medico canadese ha invitato il mondo della ricerca e della medicina a riconoscere la crescente mole di evidenze scientifiche oggi disponibili e ad abbandonare interpretazioni che classificano la Sensibilità Chimica Multipla come una condizione marginale o psicosomatica. A suo giudizio, la presenza di marcatori fisiologici, neurologici e biologici misurabili impone un cambiamento di paradigma fondato sulla verifica scientifica, sull’apertura verso nuove conoscenze e sulla disponibilità a rivedere modelli interpretativi ormai superati.
Per Molot, il futuro della ricerca sulla MCS non passa più attraverso il dibattito sulla sua esistenza, ma attraverso una migliore comprensione dei meccanismi biologici che la determinano e delle strategie più efficaci per prevenirla e trattarla.