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Rischio cancerogeno delle radiazioni wireless: cosa dice la scienza

Quando si analizza un inquinante ambientale, il primo parametro considerato è il potenziale cancerogeno. Il tumore rappresenta infatti lo stadio finale di una perdita di equilibrio biologico. Le cellule alterate si formano continuamente, ma il sistema immunitario le riconosce e le elimina. Questo equilibrio può rompersi quando l’esposizione agli inquinanti è prolungata. I meccanismi alla base dei tumori non sono completamente chiariti, ma sono associati a stress ossidativo, alterazioni cellulari e instabilità genetica, processi che risultano influenzati anche dalla radiofrequenza.

Radiofrequenza: davvero non è pericolosa?

Le agenzie sanitarie hanno sempre distinto tra radiazioni ionizzanti e non ionizzanti. Le prime, come quelle radioattive, sono classificate come cancerogene perché danneggiano direttamente il DNA. Le seconde, come la radiofrequenza, sono state a lungo considerate sicure perché non hanno energia sufficiente per ionizzare la materia. Studi più recenti mettono in discussione questa semplificazione: l’esposizione cronica può aumentare lo stress ossidativo e alterare processi metabolici, con possibili effetti indiretti sul DNA.

La classificazione della Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro

Nel 2011 la IARC, agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha classificato la radiofrequenza come “possibile cancerogeno per l’uomo” (classe 2B). La decisione si è basata soprattutto su studi epidemiologici che evidenziavano un aumento di tumori cerebrali, in particolare gliomi, nei forti utilizzatori di telefoni cellulari.

La valutazione ha incluso anche studi sui meccanismi biologici, tra cui quelli condotti dal CNR che avevano osservato alterazioni cellulari in seguito all’esposizione a radiofrequenze. Mancavano però, all’epoca, studi sperimentali su animali.

Gli studi sperimentali successivi

Nel 2018 sono stati pubblicati due studi chiave: uno del National Toxicology Program negli Stati Uniti e uno dell’Istituto Ramazzini. Entrambi hanno esposto ratti a radiofrequenze, rispettivamente in condizioni simili all’uso del cellulare e ai ripetitori.

I risultati sono coerenti: è stato osservato un aumento di tumori delle cellule di Schwann, cellule nervose presenti in diversi tessuti. Questo dato è rilevante perché suggerisce una particolare vulnerabilità del sistema nervoso ai campi elettromagnetici.

Effetti non termici: il punto critico

Gli effetti osservati non sono legati al riscaldamento dei tessuti. Si tratta di effetti “non termici”, che avvengono a livelli di esposizione bassi, simili a quelli della vita quotidiana. Questo è un punto centrale, perché gli standard internazionali si basano quasi esclusivamente sulla prevenzione degli effetti termici immediati.

Organismi come l’ICNIRP stabiliscono limiti pensati per evitare il surriscaldamento dei tessuti, mentre gli effetti biologici a lungo termine non sono pienamente considerati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce l’esistenza di effetti non termici, ma li considera compensabili dall’organismo.

Esposizione continua e ubiquitaria

Nella realtà, l’esposizione non è occasionale. È continua e multipla: cellulari, Wi-Fi, ripetitori, radar, satelliti. Le persone sono esposte 24 ore su 24 a livelli variabili di radiofrequenza. Questo cambia completamente lo scenario rispetto a un’esposizione sporadica, perché i meccanismi di compensazione biologica possono non essere sufficienti nel lungo periodo.

Dibattito scientifico e classificazioni divergenti

Dopo il 2011, alcune revisioni hanno proposto una revisione della classificazione. Il gruppo dell’oncologo Lennart Hardell ha suggerito che la radiofrequenza potrebbe rientrare tra i cancerogeni certi (classe 1), mentre altri gruppi di ricerca hanno indicato una classificazione come “probabile cancerogeno” (classe 2A).

La IARC ha annunciato una nuova valutazione, ma non è ancora stata effettuata.

Il ruolo dei conflitti di interesse

Un elemento critico riguarda il finanziamento della ricerca. Studi indipendenti tendono a rilevare più frequentemente effetti biologici della radiofrequenza rispetto a quelli finanziati dall’industria. Una revisione del Prof. Henry Lai ha mostrato che il 70% degli studi indipendenti evidenzia effetti nocivi, mentre la maggioranza di quelli finanziati dall’industria non li rileva.

Questo squilibrio suggerisce che il conflitto di interessi possa influenzare l’interpretazione dei dati.

I dati epidemiologici e il fattore tempo

Gli studi epidemiologici indicano che l’aumento del rischio di tumore è associato alla durata dell’esposizione. Secondo Hardell, gli effetti si osservano dopo circa dieci anni, un intervallo relativamente breve rispetto ad altri cancerogeni come l’amianto.

Questo implica che l’esposizione precoce e prolungata, iniziata spesso già in età giovanile, potrebbe avere conseguenze nel tempo.

Le sentenze e il riconoscimento del rischio

In Italia, diverse sentenze hanno riconosciuto il nesso causale tra uso prolungato del telefono cellulare ed insorgenza di tumori cerebrali. Si tratta di un segnale rilevante, perché indica un riconoscimento del rischio anche in ambito giuridico.

Conclusione: rischio sottovalutato o in evoluzione?

Una parte della comunità scientifica ritiene che la radiofrequenza rappresenti un rischio cancerogeno proporzionale al tempo di esposizione. Un’altra continua a considerarlo trascurabile. Il punto certo è che l’esposizione è continua, diffusa e crescente.

In assenza di una revisione aggiornata delle classificazioni ufficiali, il tema resta aperto, ma i dati disponibili indicano la necessità di un approccio più prudente.

Questa è una versione ridotta di un articolo pubblicato sulla rivista “Infoamica” distribuita ai Soci di AMICA. Per leggere il testo completo dell’articolo e ricevere i nuovi numeri della rivista “Infoamica” basta iscriversi ad AMICA. I Soci possono anche accedere all’archivio integrale della rivista che è una fonte indipendente di informazione sulla salute e l’ambiente.

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