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Tavola rotonda Internazionale del 5 maggio 2025

L’ultima sessione scientifica di Resilience 2025 ha riunito alcuni dei principali esperti internazionali di Sensibilità Chimica Multipla (MCS) in una tavola rotonda dedicata al futuro della ricerca, della diagnosi e delle politiche sanitarie. Moderato da Robert Lattanzio, il panel ha visto la partecipazione di Rohini Peris, John Molot, Kentaro Watai, Jennifer Armstrong, Arthur Chan e Gail McKeown-Eyssen, figure che rappresentano competenze diverse nel campo della medicina ambientale, dell’epidemiologia, della salute pubblica e dell’associazionismo.

Pur provenendo da esperienze professionali differenti, i relatori hanno condiviso una conclusione comune: la Sensibilità Chimica Multipla rappresenta una condizione fisica reale e invalidante che continua a ricevere un riconoscimento insufficiente da parte delle istituzioni sanitarie e dei sistemi di assistenza. L’incontro ha evidenziato come negli ultimi anni la ricerca abbia prodotto un numero crescente di dati biologici, clinici ed epidemiologici che rendono sempre più difficile considerare la MCS come una semplice condizione soggettiva o psicologica.

Ad aprire il dibattito è stata Rohini Peris, presidente delle associazioni canadesi per la salute ambientale, che ha richiamato l’attenzione sulla persistente mancanza di riconoscimento medico e istituzionale della malattia. Nonostante decenni di testimonianze, attività di advocacy e ricerca scientifica, in molti Paesi continuano a mancare percorsi diagnostici chiari, programmi di formazione medica e accomodamenti sanitari adeguati per i pazienti. Secondo Peris, è necessaria una strategia nazionale e internazionale capace di collegare il lavoro dei ricercatori con quello delle organizzazioni dei pazienti, mettendo al centro l’esperienza vissuta delle persone affette da MCS.

Il dottor John Molot ha ripreso alcuni dei temi già affrontati nel suo intervento individuale, sottolineando come le più recenti evidenze scientifiche indichino una base fisiologica della malattia legata a disfunzioni neurologiche e immunologiche. In particolare, ha richiamato il ruolo dei recettori TRP (Transient Receptor Potential), coinvolti nella percezione degli stimoli chimici, nei processi infiammatori e nei fenomeni di sensibilizzazione. Secondo Molot, questi meccanismi spiegano perché i pazienti sviluppino reazioni intense a concentrazioni molto basse di sostanze chimiche normalmente tollerate dalla popolazione generale. Ha inoltre ricordato che recenti decisioni giudiziarie hanno riconosciuto la validità scientifica della Sensibilità Chimica Multipla, contribuendo a consolidarne il riconoscimento legale.

Il professor Kentaro Watai ha portato la prospettiva della ricerca giapponese, illustrando i risultati di studi epidemiologici condotti su larga scala. Secondo i dati presentati, la Sensibilità Chimica Multipla interesserebbe oltre il 6% della popolazione giapponese, una prevalenza molto superiore a quella spesso riportata nei sistemi sanitari occidentali. Le sue ricerche mostrano associazioni significative tra esposizione a sostanze chimiche sintetiche e sviluppo dei sintomi, ma evidenziano anche il ruolo dei fattori genetici individuali. Per Watai, la malattia nasce dall’interazione tra vulnerabilità biologica ed esposizioni ambientali, un concetto che sta emergendo con sempre maggiore forza nella letteratura scientifica internazionale.

La dottoressa Jennifer Armstrong ha richiamato l’attenzione sull’esperienza clinica maturata nella Ottawa Environmental Health Clinic, sottolineando l’importanza di un approccio personalizzato e centrato sul paziente. Secondo Armstrong, il compito principale della medicina ambientale consiste nell’identificare e rimuovere i fattori scatenanti, ridurre il carico tossicologico complessivo dell’organismo e utilizzare interventi non farmacologici quando possibile. Ha inoltre ribadito che i medici devono imparare ad ascoltare con attenzione i modelli sintomatologici riportati dai pazienti, evitando pregiudizi che rischiano di ostacolare la diagnosi corretta.

Un contributo particolarmente innovativo è arrivato dal professor Arthur Chan, che ha illustrato le potenzialità delle moderne tecnologie di monitoraggio ambientale. Grazie a sensori avanzati è oggi possibile misurare in tempo reale le concentrazioni di composti organici volatili (VOC) negli edifici e valutare con maggiore precisione le esposizioni ambientali. Chan ha osservato che molte soglie considerate accettabili per la popolazione generale potrebbero non essere sufficientemente protettive per le persone affette da Sensibilità Chimica Multipla. Per questo motivo ha proposto lo sviluppo di nuovi standard di qualità dell’aria che tengano conto delle esigenze delle popolazioni più vulnerabili.

La professoressa Gail McKeown-Eyssen, una delle principali epidemiologhe che hanno studiato la MCS negli ultimi decenni, ha ricordato le difficoltà incontrate dalla ricerca nel classificare e studiare una malattia così complessa. Tuttavia, ha sottolineato che le difficoltà metodologiche non possono giustificare l’inazione. Le sue ricerche supportano l’ipotesi che la Sensibilità Chimica Multipla derivi dalla combinazione di predisposizione genetica ed esposizioni ambientali, un modello che trova conferma crescente anche negli studi più recenti.

Nel corso del dibattito sono emersi alcuni temi condivisi da tutti i partecipanti: la necessità di una maggiore collaborazione internazionale, il rafforzamento delle politiche di salute pubblica, una formazione più approfondita dei professionisti sanitari e l’integrazione della Sensibilità Chimica Multipla nei sistemi di tutela della disabilità e dell’accessibilità. I relatori hanno concordato sul fatto che la persistente marginalizzazione della malattia rappresenti non solo un problema scientifico, ma anche una questione di equità e giustizia sociale.

La sessione si è conclusa con un messaggio unitario: costruire un futuro nel quale le persone affette da MCS siano riconosciute, protette e assistite attraverso cure basate sulle evidenze scientifiche e politiche ambientali realmente inclusive. Un obiettivo che richiede ricerca, formazione, cambiamenti normativi e, soprattutto, la volontà di ascoltare chi vive quotidianamente le conseguenze della malattia.

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